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" Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura ;   tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura. "

Johann Wolfgang Goethe


cultura

 
 

Ungaretti, turista Cilentano.

È bello immaginarsi com’era il Cilento negli anni ’30, descritto dalla penna di Giuseppe Ungaretti, nostro gran poeta del Novecento.
È proprio Ungaretti, infatti che, nel 1932, intraprese un viaggio turistico in macchina, partendo da Salerno con alcuni amici.
I suoi occhi poterono ammirare ciò che mirabilmente egli stesso scrisse.
"Il Deserto e dopo", pubblicato nel 1961 da Mondadori, raccoglie articoli scritti fra il 1931 e il 1934 sui suoi viaggi fra Egitto, Corsica, Italia e Olanda. La terza parte, intitolata "Mezzogiorno", comprende alcune pagine sul nostro Cilento.
La descrizione è magica: è tutta sole di primavera, la terra, queste parole colpiscono il lettore e chi conosce la luce di quest’empireo, la sua tinta dorata, ne coglie le sfumature di colore e percepisce, come tenera carezza, il caldo di questa frase.
Ungaretti dipinge nel nero dell’inchiostro, nell’articolo intitolato"Elea e la primavera", le bufale di Paestum, che s'avvoltolano nel sudicio per non sentire le mosche, che vanno in giro con quella crosta, sulla quale cresce anche l'erba, portando le gazze che le prendono per alte zolle. Brave bestie del resto, e produttrici del latte che dà quelle squisite mozzarelle, un vanto - e perché no? - di questa regione.
In un altro articolo, intitolato "La rosa di Pesto", il poeta descrive la grandiosità dei templi: circondandoli di febbre, seminando per tante miglia all'ingiro la paura, il tempo ha difeso per noi dalla morte il miracolo della loro forza. Che vediamo crescere, dominare, farsi arida, tremenda, disumana, e farsi pura idea via via che ci avviciniamo.
Ora che siamo vicini, avviene che uno stormo di cornacchie si mette in fuga dal tempio di Poseidone; e appena in aria, una prima cornacchia lancia il suo gracchio; le altre rispondono rifacendo più e più volte quel verso. Di nuovo il corifeo strazia l'aria: questa volta i gracchi erano due, di tono nettamente più acuto; e il coro ripete i versacci accelerando il ritmo. Dopo, esse, in una confusione di strilli, spariscono... Sarà per averci fatto il nido da tante mai generazioni, sarà caso, sarà natura di questi uccelli atri, ma la metrica del loro canto è quella del tempio.
Non ve lo starò a descrivere. Dirò solo che, davanti, il timpano e le colonne doriche ci mostrano un travertino come un vetro infiammato: nel cuore della pietra brucia la luce che non consuma, e traspare la sua indifferenza sacra. Ai lati c'è invece il senso tragico del deperire: colonne vuotate dai lunghi anni con i labirinti della carie; e hanno un aspetto di funghi rugginosi, e anche di mummie tolte dalle fasce. Ed allora girandogli intorno, l'uomo raggiunge l'ultimo limite dell'idea del suo nulla, al cospetto d'un'arte che colla sua giusta misura lo schiaccia. Gli altri due templi, più tenui di colore, d'un lavoro più grazioso, meno religioso, sembrano, non avendo più ritte che le colonne del perimetro, vecchie gabbie buttate lì.
Ed è qui, che oltre alle tinte e alle calde sensazioni, si riesce, senza sforzo alcuno, ad udire i suoni del nostro Cilento e a percepire l’eternità della storia, che nei templi s’aggira e tutto intorno.
Ancora altri profumi arrivano dalle sue parole quelle delle rose pestane e altre luminose tinte notturne: tra i templi, aleggia una luna all'ultimo quarto.
Citerà Pitagora e l’idea di perfezione che scaturisce in chi ha la fortuna di osservare questi antichi santuari.
Nelle pagine dei suoi scritti troviamo la meta della rabbia dei corsari...Agropoli, qui il poeta chiede, forse a se stesso: e che cos'è quell'alta rupe che ci appare lastricata fino in cima da campicelli come da un'elegante geometria? E perché l'erba, quasi azzurra su quella rupe, trascolorisce irrequieta, come da un sottopelle di tatuaggio a una scorticatura smaltata? Ne vedrò più tardi l'altra anca, nuda e scabra: è la Punta d'Agropoli, e, come un canguro, sulla sua pancia, nascondendola al mare, porta la sua città: un'unica strada che le case fanno stretta, che bruscamente diventa quasi verticale, e ci offre una prospettiva di gente sparsa in moto.
Le tinte azzurre della rupe, dei suoi lecci, quelli arricciati ed inquieti, chioma impazzita, che la ricoprono fino a perdersi nel mare celeste, questi colori di “smalto”, ancora oggi rapiscono gli occhi e l’anima tutta di chi ammira Agropoli.
Portandosi verso sud, il poeta si confonde fra le colorazioni di altre fronde, quelle d’ulivo e ne ammira le macchie cromatiche e scrive: sono d'una foglia scura, più scura che in Liguria o in Toscana o in Provenza, e fremendo all'aria, essa mostra un argento pieno d'un'ombra più annosa, finché appare Velia, la greca Elea.
Così, con parole accorate, la racconta. E di te, città disperata, e di voi, primi occhi aperti, o Eleati, non è rimasto altro, se non un po' di polvere? La vostra forma mortale era bene un'illusione, come tu dicevi, Parmenide; ma la vostra voce, io la sento in questo silenzio: ciò che era materia immortale in voi, è immortale, anche in questo mio corpo caduco.
In altre pagine ancora descriverà diversi olivi e qui la raffigurazione commuove: ed ora gli ulivi hanno un alone di luce intorno alle foglie, come i santi.
Il poeta è già a Palinuro ed espone col cuore gli eventi e la gente, la natura ed il mare.
Tratteggia, con impareggiabile maestria, un incredibile affresco dalle pennellate iridescenti del colore del mare cilentano.
Ora i monti che ci fiancheggiano vanno avanti e indietro, e alcuni arrivano ritti sull'acqua, e altri, prostrati, appiattiti, si prolungano in orazione verso l'acqua [...].
Di colpo, il mare in un punto ha un forte fremito: è un branco d'anatre marzaiole che si rimettono in viaggio. Sono arrivate sull'alba, e ora che principia l'imbrunire, volano via. Così fuggì quel Dio Sonno sceso a tradire Palinuro mandandolo in malora col timone spezzato. E le onde, ora repentinamente infuriate, le muove forse il nuoto disperato del fedele nocchiere d'Enea?
Piccole grotte ora ci fanno compagnia. I cavalloni penetrando in quegli occhi bui, disturbano le pietre, muovendo un rumore d'antiche ossa.
Il Porto di Palinuro ha le casette bianche, e l'ultima è rosa: sembrano sulle prime biancheria stesa ad asciugare, e poi blocchetti di gesso. [...]
Non ho mai visto acqua di pari trasparenza a quella che scopro avvicinandomi al porto. Vediamo la sabbia del letto come pettinata soavemente, e i nastri delle alghe trasformare in serpenti agitati, la bella capigliatura.
Poi la gente e le emozioni, le sensazioni fioriscono nell’animo del poeta.
[...] Ho fatto quest'esperienza, anche avvicinando persone di umili condizioni: non entrano nei fatti vostri; vi rivolgono di rado la parola, ma non perché timidi o privi d'eloquenza, ma perché assenti in propri pensieri. Ma basta che esprimiate un desiderio, ed eccoli farsi a pezzi per accontentarvi: lo fanno per inclinazione a farsi benvolere, e mi pare ormai civiltà assai rara. Terra ospitale, terra d'asilo! [...] terra d'asilo, e terra da preda! ... brama di razziatori.
Il secondo articolo, dal titolo "La pesca miracolosa", narra un particolare evento: e già quasi notte, e in fila tornano in porto i pescatori d'alici. Raccogliendo le reti, una sera, a una maglia restò presa non la gola d'un pesciolino, ma a un cernecchio, una testa d'Apollo [...]. L'ho veduta al Museo di Salerno, e sarà prassitelica o ellenistica, poco importa; ma questo volto, che per più di duemil'anni fu lavorato dal mare nel suo fondo, ha nella sua patina tutti i colori che oggi abbiamo visto, ha conchigliette negli orecchi e nelle narici: ha nel suo sorriso indulgente e fremente, non so quale canto di giovinezza risuscitata! Oh! tu sei la forza serena e la bellezza. Quale augurio non ci reca quest'immagine che fra gli ulivi, è finalmente tornata fra noi. 
Alle mie orecchie pare riecheggiare la sua voce nel vento: ulivi, sempre ulivi!
Saltando tra le pagine scritte da Ungaretti, il cuore rimbalza, altalena magica di emozioni, la costa cilentana diviene, com’è, un incanto.

Milena  Esposito  

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